La Canzone Napoletana

La Canzone Napoletana

La Canzone Napoletana

Storia, autori, cantanti, Festivals, films ed altro ancora dalle origini fino al 1970.

Questa opera non è altro che un atto di omaggio e di amore verso tutti coloro che hanno reso immortale la Canzone Napoletana, senza sbarramenti di censo o di popolarità. Tutto questo perché se non si conosce appieno la tradizione musicale partenopea non è possibile decidere di rinnovare la stessa, si tratta solamente di una mera operazione commerciale destinata a rimanere ricordata per quello che vale artisticamente, vale a dire per nulla. Spero che questo lavoro faccia prendere coscienza a tutti noi della ricchezza del nostro passato,  in modo da trovare la forza per potere appunto rinnovare nel solco della tradizione, imprescindibile punto di partenza per poter realizzare qualcosa di apprezzabile ai più.

Dalla Canzone Napoletana è nata la canzone nazionaledownload. Simbolicamente si ritiene la nascita della Canzone Italiana avvenuta nel 1848, con “ Santa Lucia…sul mare luccica”, (Gianni Borgna – Il Messaggero 1 agosto 2010, pag.12), ma si tratta di una canzone Napoletana, di autori napoletani (Cottrau) e descrivente Napoli in tutto il suo splendore. Resta quindi impossibile negare quanto affermato sopra, parla la storia, ed infatti ad oggi immortale nel 1839 nacque “Te voglio bene assaie” scritta dall’ottico cav. Raffele Sacco, insomma ben prima della canzone italiana la Canzone Napoletana era già nata, eccome! Ancora come esempio ci permettiamo di citare il fatto che Haendel, grande musicista tedesco del ‘700, venne a studiare a Napoli, da Scarlatti, come scrivere e comporre all’italiana. A Napoli, però.

La Canzone Napoletana attraverso i secoli

 Origini

Dalla notte dei tempi (basta leggere la Bibbia-n.d.r.) il ballo ha sempre accompagnato l’evoluzione di tutte le società civili e tribali ed altro ancora. Tale forma di arte si è prestata ad annunciare eventi, ricordare avvenimenti degni di scansione0071nota, ad inserirsi nelle cerimonie religiose, a celebrare nozze, nascite di figli, vittorie in battaglie, e tanti altri modi di esprimere la voglia di portare a conoscenza del prossimo quanto avveniva nel particolare. Tale forma artistica veniva accompagnata dal canto e dal suono degli strumenti in voga nelle varie epoche, cosa che fece in modo che i semplici canti vennero progressivamente soppiantati dalla “canzone/ballata”. Infatti il termine “ballata” viene definito come “canzone a ballo”, canzone da ballare cantando, insomma, come ormai molte delle più grandi stars internazionali dello spettacolo hanno fatto e continuano a fare in ogni video-clip ed in ogni concerto dal vivo, a volte privilegiando il ballo alla musicalità, altre volte fondendo alla perfezione i due mezzi di espressione artistica    (ad es. Michael Jackson -1958/2009).

 E dalla “canzone a ballo” veniamo alle origini del “bel canto”, ed è facile riflettere su quanto abbiano potuto influire la civiltà greca e quella latina sulla genesi della Canzone Napoletana. I canti greci prima e quelli latini in seguito, canti d’amore, satirici, politici o religiosi, furono metabolizzati da Napoli tanto accoratamente da far considerare la città in quel periodo più al centro della musica della stessa Roma, tanto è vero che l’imperatore Nerone nel 63 d.c. ritenne di doversi esibire in Napoli accompagnandosi con la cetra nel Teatro Odeon, del quale è ancora oggi possibile ammirare i resti visitando “Napoli Sotterranea”. D’ altronde  già nel Satyricon di Petronius Arbiter , e precisamente la cena a casa di Trimalcione ( Napoli, Cuma o Pozzuoli), si parla ampiamente di abbondanti portate e libagioni, accompagnate da bizzarre scenografie, numeri di varietà, mimi, musica, canti ed esibizioni varie.

Si potrebbe dire che già allora i napoletani avessero cognizione della cena/spettacolo, peraltro a quanto pare da loro stessi inventata.

Di questi canti forse oggi è possibile immaginarne la natura attraverso l’ascolto delle voci dei venditori,  ed anche nei canti popolari più antichi.

L’ origine della canzone napoletana si può far risalire al mito di Partenope (una delle sirene che tentò inutilmente di ammaliare Ulisse). Più propriamente si deve alla voglia dell’uomo di esprimere un sentimento che può essere di gioia o anche di dolore.

La canzone col tempo si è diversificata in tre tipi di espressione musicale:

1) Canzone Popolare (1200 c.ca / 1650 c.ca)

2) Canzone popolaresca (1650 c.ca / 1839 c.ca)

3) Canzone napoletana nobile d’autore. (1839 c.ca fino ai giorni nostri)

Canzone popolare, o canto popolare, è quel tipo di composizione frutto di un’anima collettiva o anonima, in cui il popolo si identifica in un insieme di poesia e musica. Canto popolare è tutto quanto spontaneamente sorge dal popolo, che esso stesso si occupa di tramandarlo oralmente di epoca in epoca.

Canzone popolaresca è un canto d’autore destinato al popolo, ma ispirato dal comune sentimento popolare. Musica e canto nascono in momenti diversi, ed ecco quindi apparire le figure del poeta e del musicista.icona-di-giacomo-grande

La Canzone nobile d’autore è Canzone nobile per eccellenza: la sua intensa ispirazione trasforma in versi rarefatte
atmosfere crepuscolari e paesaggi, vedute, trasferendo in musica e versi il micro-cosmo di visioni e vibrazioni in cui vive ed opera il suo autore. Essa è composta di poesia lirica soggettiva, rispecchiante ed esprimente liricamente lo stato d’animo del poeta. In tal modo la canzone d’autore viene elevata a forma d’arte. L’esponente più autorevole di questo tipo di canzone è senza alcun dubbio Salvatore Di Giacomo. Musicisti come il Tosti, il Denza, il Costa, e tantissimi altri diedero una specifica fisionomia a questo tipo di canzone, unitamente alla vena di veri poeti come Di Giacomo, Bovio, Murolo, Tagliaferri, E.A. Mario, ed anciora tantissimi altri.

Le prime tracce di canzone napoletana risalgono al milleduecento, regnante Federico II di Svevia, ed è da notare con rilievo che mentre l’imperatore fondava l’Università degli Studi di Napoli che oggi porta il suo nome, dal quartiere Vomero si levava il canto propiziatorio invocante il sorgere del sole: “ Jesce sole, jesce sole, nun te fa cchiù suspirà!” (Sorgi sole, sorgi sole, non farti desiderare ancora).

Ma ancora di più nel ‘300 vi è la testimonianza del Boccaccio, che nei suoi scritti parlerà anche delle canzoni che aveva ascoltato durante la sua lunga permanenza  a Napoli.

Nel ‘400 vi sono importanti novità per la canzone: Re Alfonso d’Aragona incoraggiava le attività artistiche , e quando il dialetto fu elevato a lingua del regno (ecco perché quando si parla della lingua napoletana non si commette un errore, anzi è la pura verità), i vari generi di composizione (strambotti, madrigali, frottole, sonetti) iniziarono ad essere creati in lingua napoletana. Venne creata la prima scuola di musica, che contribuì all’inizio della trasformazione della canzone napoletana. E mentre i musicisti più legati al genere classico si dedicarono anima e corpo al madrigale, gli altri si dedicarono ad un genere nuovo, la villanella, che in breve tempo diventerà il genere musicale più diffuso in Italia ed in Europa (questo periodo d’oro per la Canzone Napoletana si spiega con il fatto che il ‘400 ed il ‘500 sono passati alla storia come i secoli del Rinascimento Napoletano, che ha toccato tutti gli aspetti culturali ed estetici della città).

a5d4b8bd314cf3404d4100844af6ec32fc1a2d3dIl passo adesso è davvero breve, perché arrivati al ‘500 esplode come preannunziato la villanella, che dopo avere entusiasmato il popolo, penetrò anche nelle sedi aristocratiche, dove i musicisti certamente di più elevato livello si preoccuparono molto dell’armonizzazione di dette composizioni, adoperando sempre e comunque lo stile polifonico. La villanella alla napoletana, come fu definita all’epoca, venne imitata e stampata in ogni parte d’Italia e d’Europa, e vi sono varie testimonianze di quanto affermato, provenienti da storici del calibro di Benedetto Croce ed ancora dalle corrispondenze fatti dagli inviati alle corti europee dei regnanti in quel periodo storico, e ritrovate negli archivi italiani.

Nel ‘600 al tramonto della villanella si contrappone la nascita del melodramma: l’opera lirica si afferma sempre più mentre la villanella come genere va ad esaurirsi, in quanto ormai tanto diffusa da far credere a tutti che chiunque potesse scriverne e cantarne una, con il risultato di una produzione enorme ma priva di significato letterario e valore artistico musicale (corsi e ricorsi storici del Vico: oggi sembra di vivere la stessa situazione per quanto riguarda la Canzone Napoletana-n.d.r.). Ma comunque, anche nel ‘600 come sopra descritto, venne alla luce una canzone che ancora oggi si fa ascoltare con piacere: “Michelemmà”, attribuita alla  genialità ed all’estro di Salvator Rosa, poco dopo la rivoluzione capeggiata da Masaniello. Come sempre Napoli, nonostante tutto, continuava a cantare, a comporre, a farsi strada nel mondo con la sua Canzone, sempre con la C maiuscola. Da ricordare che fino al diciassettesimo secolo la ballata ancora veniva apprezzata in città.

E così nel ‘700, dopo il Barocco ritondante ma spesso privo di contenuti del ‘600, ci si ritrova con teatri sempre più affollati, e si assiste ad una vasta e multiforme produzione musicale, ma anche nell’ambito della commedia dialettale si verifica un fenomeno eccezionale: l’avvento di Pulcinella, maschera della napoletanità per eccellenza in tutto il mondo. I teatri erano insufficienti a soddisfare le richieste del popolo, e mentre alcuni sorgono ex novo come il San Carlino, consacrato alla gloria di Pulcinella, nonché il teatro Mercadante ed ancora il teatro San Ferdinando, dalle ceneri del teatro San Bartolomeo per espressa volontà di Sua Maestà Carlo III (il miglior regnante che abbia avuto Napoli a parer mio-n.d.r.)  viene alla luce il Regio Teatro di San Carlo. Nel 1709 nasceva l’Opera buffa, che diede modo alla Canzone Napoletana di dispiegare nuovamente il suo canto, e ciò si spiega con la qualità dei musicisti che si dedicarono a questo genere musicale, vale a dire personaggi del calibro di Paisiello, Cimarosa, Pergolesi fra i musicisti, e poeti quali Cerlone, Lorenzi e tanti altri ancora. L’Opera buffa trattava di soggetti ed ambienti popolari, e le varie composizioni scritte per la stessa Opera diventarono linfa vitale per la Canzone Napoletana: duettini, marinaresche, arie amorose, cavatine, minuetti in breve tempo diventarono canzoni del popolo. Ma vi è di più: si parla tanto di “cover” al giorno d’oggi, quando ad esempio si tira fuori un successo del passato per rinnovarlo e riproporlo in chiave moderna, il più delle volte, ma tutto ciò è nato a Napoli nel ‘700, dove le canzoni più antiche ritornavano in voga grazie al lavoro ed alla ricerca degli straordinari musicisti del ‘700 napoletano. E di questo periodo si ricorda anche la famosissima tarantella “ ‘O guarracino”, della quale si ignora il nome degli autori, e non si può escludere trattarsi di una “cover”. Ancora vi è da annotare che alla fine del secolo diciottesimo la Tarantella venne proclamata a furor di popolo “ballo nazionale”, con la formazione di gruppi che portarono in giro per il mondo questo ballo tipicamente napoletano.

La Canzone Napoletana nel diciannovesimo secolo

La situazione politica del fine del diciottesimo secolo  portò anche ad una nuova stagione di canti politici, che anche in passato avevano accompagnato e documentato quanto andava verificandosi in città, canti che poi si andarono ad intensificare con l’avvento del diciannovesimo secolo. Ma anche nel momento più buio del secolo Napoli trovava la forza di cantare, ignara di ciò che le sarebbe capitato di lì a poco: nel 1825 Guglielmo Cottrau, francese napoletanizzato, venuto in città al seguito di Giuseppe Bonaparte insieme al padre, si innamora talmente di Napoli e dei suoi aspetti culturali da dedicarsi alla raccolta di canti popolari, consentendo ai posteri di potere essere a conoscenza del tesoro altrimenti perduto della Canzone Napoletana antica. Il 1839 consegna alla storia la canzone “Te voglio bene assaje”, scritta dall’ottico cav. Raffaele Sacco, del quale in città è ancora vivo il nome in quanto nel ventre di Napoli, alla via Domenico Capitelli, nelle vicinanze di Piazza del Gesù, sorge la bottega del cavaliere, e dove ricordo che papà ne era un cliente affezionatissimo, credo anche per il fatto di essere un romantico come il sottoscritto, e dove mi portava sempre per problemi legati alla mia miopìa (sostituzione vetri, montature, riparazioni) e dove si trascorreva il tempo ammirando i ricordi ed i cimeli ivi presenti. Un successo grandioso, una canzone che ancora oggi si canta dappertutto, e che fu seguita nel 1846 da una canzone che diede vita anche a commedie seriali, quindi anche la “fiction” è nata a Napoli, ed addirittura ad un fumetto, il primo fumetto di cui si abbia conoscenza nel mondo: la canzone si intitolava “Don Ciccillo a la fanfarra”. L’anno 1848 è da considerarsi come lo spartiacque epocale per la nascita della Canzone italiana nel seno della Canzone Napoletana ( Gianni Borgna maxresdefault– Il Messaggero 1 agosto 2010, pag. 12): il figlio di Guglielmo Cottrau, Teodoro, pubblica la splendida ed immortale “Santa Lucia – Sul mare luccica l’astro argento…” Ma a distanza di pochi anni, nel 1860, si consuma per Napoli e le genti del Sud l’evento catastrofico più grave oltre alle eruzioni del Vesuvio ed i terremoti che ciclicamente hanno colpito il Meridione: l’aggressione dei Savoia, sostenuta dagli Inglesi, al Regno delle Due Sicilie. Una pagina nera della Storia del Mondo, non d’Italia, sulla quale gli Archivi di Stato sono ancora secretati, ma per quel poco che si è riuscito a carpire in fatto di documenti, per le testimonianze tramandate, per quanto rinvenuto nelle Case Comunali e nelle Case Parrocchiali, si può solo prendere atto del genocidio perpetrato a danno di inermi, della pulizia etnica sistematicamente attuata dai vincitori, e dal dato di fatto che se si fosse trattato di semplici bande di Briganti (dal francese “brigant” – bandito) un esercito ben attrezzato ed organizzato come quello invasore non avrebbe impiegato circa dieci anni per averne ragione. Si trattava di persone che avevano perduto tutto, casa, patria, onore (da “Lacreme Napulitane” – poesia di Libero Bovio) e che non vedevano altro modo di reagire se non imbracciando le armi per difendere se stessi e le proprie famiglie. Ecco perché fino al 1880 la Canzone Napoletana visse un periodo di oblìo inevitabile data la situazione, ma spiegabile, dato il fatto che la storia viene scritta dai vincitori, ergo passa sotto silenzio questo, invece, assordante silenzio delle “cetre” napoletane (“Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese….”- Salvatore Quasimodo).

Napoli ha sempre cantato, anche nei periodi più oscuri per la gente ed il territorio, e così nel 1880 in occasione della inaugurazione della Funicolare del Vesuvio viene alla luce la canzone “Funiculì Funiculà”, ad opera di Giuseppe Turco per la parte letteraria e Luigi Denza per la parte musicale, e possiamo anche sostenere, e la Storia ci dà conforto, che anche la pubblicità, il Carosello, lo ”spot” pubblicitario con relativa colonna sonora sono nati a Napoli, in quanto la canzone venne commissionata proprio per invogliare i napoletani ad utilizzare il mezzo avveniristico costruito per alleviare parte delle sofferenze patite dai napoletani nel periodo precedentemente descritto (a mio parere la diffidenza dei napoletani era ben giustificata, visto che la funicolare era stata costruita da chi aveva impoverito depredato e massacrato le popolazioni del Regno delle Due Sicilie, e poteva ben trattarsi di un’ arma di distruzione di massa). Per cambiare argomento prima di ritornare al tema principale un piccolo passo indietro al 1875:

camisellalo “strip-tease” è nato a Napoli ! Sissignore, anche lo strip-tease deve la sua nascita alla Canzone Napoletana in quanto gli autori Luigi Stellato e Francesco Melber, per divertirsi e divertire sulla moda  femminile dell’epoca, che prevedeva una serie infinita di accessori di abbigliamento prima di arrivare alla sostanza vera e propria, rielaborarono una canzone popolare antica tramandata oralmente ed immaginarono un duetto fra gli sposini che affrontano la prima notte di nozze, con conseguente denudamento della protagonista femminile alla fine di ogni strofa, con l’impaziente novello sposo a fare da spalla a questa esibizione: un trionfo, destinato a durare nel tempo.

Torniamo al tema principale: “Funiculì Funiculà” viene considerata il prototipo della Canzone Napoletana moderna, e dal 1880 in poi è un rifiorire di melodie e poesie musicate finemente dagli autori che popolavano la scena musicale napoletana. Quindi il 1880 è l’anno che viene considerato come quello del definitivo passaggio al nuovo modo di scrivere canzoni, e da qui ricordiamo in ordine sparso: musicisti quali Vincenzo Valente, Mario Costa, Eduardo Di Capua, Giuseppe De Gregorio, Salvatore Gambardella e tantissimi altri ancora, e poeti quali Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Giovanni Capurro, e tanti tanti tanti altri che poi vi saranno presentati nel corso dell’opera.

Di pari passo con l’evoluzione della Canzone Napoletana anche gli usi ed i costumi in fatto di spettacolo vanno adeguandosi ad essa: i tanti caffè che connotano la città si trasformano in sale da intrattenimento, e così con l’ausilio di una pedana, un pianoforte, qualche strumento a corda ed ad archi ed i cantanti, maschi e femmine, nascono i “Cafè-Chantants”. L’ennesimo periodo d’oro della Canzone Napoletana corrispondente alla fine del diciannovesimo secolo vide anche Edizioni Musicali al passo con i tempi, ed illustrazioni commissionate apposta per la presentazione delle varie composizioni ed eseguite dai più valenti artisti dell’epoca, vale a dire Scoppetta, De Stefano, Matanìa, e tanti altri.

A cavallo fra i due secoli già si evidenzia la capacità degli autori napoletani di trasportare in poesia e musica, destinate a diventare canzoni, le invenzioni e le scoperte scientifiche, ad esempio “Funiculì Funiculà” dedicata alla Funicolare del Vesuvio,  la canzone “ ‘E ‘llampadine” di Cannio/Fassone dedicata all’invenzione delle lampade ad incandescenza e tante altre.

Ed anche la figura del cantautore nacque nel golfo incantato:

Armando Gill, primo cantautore nella storia della Canzone Italiana e Napoletana ( Gianni Borgna – Il Messaggero 1 agosto 2010, pag. 12)

20° secolo: la Grande Guerra, l’emigrazione, il ventennio fascista, la seconda Guerra Mondiale, il dopoguerra, la ricostruzione, gli anni ’50, il boom economico degli anni ’60, fino al 1970.

Il ventesimo secolo si apre con “I’ te vurrìa vasà”, poesia di Vincenzo Russo musicata da Eduardo Di Capua, ma non solo canzoni melodiche sono parte della grande Canzone Napoletana. Nel 1918 due canzoni italiane di gusto moderno, e non più ricalcanti le romanze, videro la luce da autori schiettamente napoletani : “Come pioveva” di Armando Gill e “Come le rose” di E.A.Mario (peraltro già autore della “Leggenda del Piave”), confermando la tesi già sostenuta in precedenza che la canzone italiana è nata a Napoli ( Gianni Borgna – Il Messaggero 1 agosto 2010, pag. 12). Il ‘900 vede l’affermarsi della “macchietta”, genere comico, canzone che deve indurre al sorriso ed anche alla risata vera e propria. Le audizioni delle edizioni musicali organizzate per la Festa di Piedigrotta ogni anno riscuotono enorme successo, portando a conoscenza del grande pubblico la produzione musicale napoletana nella prima metà del ventesimo secolo, compito  che verrà svolto nella seconda metà del secolo con l’ausilio della radio prima e della televisione poi dal Festival della Canzone Napoletana, andato in scena dal 1952 fino al 1970 (vedi sezione “Festival della Canzone Napoletana), anno che determina un altro punto fermo nella Storia della Canzone Napoletana. Infatti la perdita di un siffatto strumento mediatico ha comportato lo svilimento della Canzone Napoletana, come già descritto per quanto riguarda il genere “villanella”(il cd. fenomeno della “autoproduzione”), la perdita di posti di lavoro, in quanto le Case Discografiche e le Edizioni Musicali napoletane senza il supporto della manifestazione non riuscivano a rientrare degli investimenti effettuati, causando disoccupazione anche nell’indotto, insomma una vera e propria catastrofe, un cataclisma simile a quello che generò l’estinzione dei dinosauri, ma vi è un piccolo particolare: la Canzone Napoletana, come sempre abbiamo visto nel corso dei secoli, ha continuato a far sentire il suo canto, in modo diverso, anche in modo discutibile, ma comunque non è venuta a mancare, come alcuni si auspicavano. In questa opera ci si ferma proprio al 1970, preso come punto di riferimento per ripartire storicamente, anche perché la trattazione degli anni a seguire sarebbe stata molto vaga e giocoforza disseminata di riferimenti musicali ed artistici dei quali non si riesce davvero a comprendere come si possa essere arrivati a tanto. Come detto in apertura trattasi di un atto di amore per la Canzone Napoletana, nella quale sono nato e cresciuto, ed un omaggio doveroso verso coloro che la hanno resa grande, cercando di sfatare alcuni falsi miti e riconducendo ad una interpretazione non di parte la vera essenza della materia della quale si disserta.

Submit a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Share This